Panificazione ed insonnia

Le ultime settimane sono state piuttosto impegnative. Mi sono ammalata ed ho avuto parecchi problemi, acuiti dal fatto che sono rimasta praticamente sola in città con cane al seguito, ammalato anche lui, a cui ho dovuto somministrare antibiotici ogni 6 ore. Certamente non è la situazione ideale, soprattutto se si ha bronchite e febbre alta e non si riesce a riposare…

Dopo i primi giorni di incazzatura con il mondo, la mia mente malata ha trovato un sistema per ottimizzare i tempi ed approfittare delle sveglie notturne forzate e della conseguente insonnia strisciante. Cosa ho fatto? sono andata in un negozio di alimentari biologici, ho comprato il lievito madre liofilizzato, farina integrale di grano tenero e duro e farina manitoba e mi sono addentrata nell’arte della panificazione fai da te.

Ho letto una quantità di manuali on line, ma quasi tutti pensati per la macchina del pane, che non possiedo e che penso non comprerò, visto che l’ultima cosa di cui ho bisogno è l’acquisto di un altro elettrodomestico ingombrante in cucina.. e poi la panificazione si è sviluppata molto prima dell’invenzione della macchina del pane, quindi se ne può fare, a mio avviso, tranquillamente a meno.

Ho studiato tutto con estrema attenzione, ho preso appunti con la precisione di un francescano amanuense, e poi ho elaborato la mia personalissima ricetta, caratterizzata da una meravigliosa unità di misura: il cucchiaio abbondante di farina, perchè, si sa, io sono una persona molto scientifica.

Diciamo che verso le 19,00 iniziavo a mescolare 2 cucchiai di lievito naturale disidratato, 2 di farina manitoba e 6 di farina di grano tenero integrale tutto rigorosamente bio, oltre ad un pizzico di sale. Aggiungevo acqua a poco a poco, e mescolavo fino ad ottenere una palla di pasta morbida elastica ma non umida e che soprattutto non si attaccasse sulle mani. Poi dopo aver coperto tutto con uno strofinaccio pulito, infilavo nel forno spento e mi dedicavo alle attività più varie fino alle 12,46. A quell’ora dopo aver convinto il mio cane a prendere l’antibiotico con tutta la dolcezza di cui sono capace, tornavo in cucina, controllavo la lievitazione delle palla e rimpastavo tutto di nuovo, aggiungendo ancora un pochino di farina.

Dopo la missione impasto… cercavo di dormire, insonnia permettendo!
Appartengo purtroppo a quella categoria di persone abitudinarie che, se sballa anche solo di 10 minuti da quello che è il suo solito ritmo sonno-veglia, rimangono sveglie ad osservare le crepe sul soffitto per le seguenti 6 ore.
Ho provato di tutto, dalla tisana alla passiflora, alla melatonina, ma senza alcun risultato. Forse servirebbe una botta in testa, ma il mio spirito di autoconservazione mi impedisce di intraprendere questa strada.
Negli ultimi tempi ho risolto scaricando i podcast di radio 24 (sono una persona davvero triste, ne sono ben conscia!), mi infilo gli auricolari e mi lascio cullare dai suoni….
Certo, qualcuno potrebbe pensare che qualche giorno di insonnia non sia poi così male… ma il silenzio della mia casa la notte mi fa pensare a cose che vorrei dimenticare, almeno temporaneamente!

Alle 06,46 del mattino, nuova sveglia, nuovo giro di antibiotico e nuova impastata, con lievitazione fino alle 09,00. Poi, dopo la colazione, infornavi il tutto dopo aver inciso la sommità della pagnotta… 30 minuti a 200 gradi ed il pane in casa era pronto!

Ovviamente non posso mangiare pane ed ho reso davvero molto felice la mia vicina di casa… 🙂

Karma rules!

Amaranto da incubo

Tutti sanno, ma nessuno lo confesserebbe mai apertamente, che le cuoche, sia di professione che per diletto, sono gelosissime delle loro ricette.
In fondo un po’ le capisco.
Una passa la vita a fare esperimenti in cucina per migliorare o dare un tocco in più alle proprie pietanze, sporca una quantità assurda di tegami e recipienti, a volte si scotta o si taglia sbadatamente le dita..
E’ ovvio che non sia molto motivata a confidare i segreti del proprio successo alla prima venuta, soprattutto se non può offrire un’adeguata ricompensa dello stesso genere.
Poi si sa, noi donne siamo estremamente competitive, e spesso, piuttosto che condividere con un’altra del nostro stesso sesso lo scettro di regina del fornello o qualsiasi altro primato, saremmo disposte a farci asportare a vivo la cistifellea.

Io personalmente non condivido questo atteggiamento, per motivi tutt’altro che nobili e che non spiegherò, ma qualche giorno fa mi sono imbattuta nell’esemplare telematico di questa tipologia di donne: la foodblogger che pubblica la ricetta con un pezzo mancante.

Quella sera, avevo un disperato bisogno di mangiare qualcosa di allineato con la mia dieta. Infatti, dopo una settimana in viaggio in un paese inospitale per i portatori sani di intolleranze alimentari, dovevo disperatamente rimettermi in carreggiata.
Quindi ho pensato: “cosa c’è di più salutare dell’amaranto?”. In realtà, non volevo aggiungerlo come al solito al minestrone o alla zuppa di verdure, volevo cambiare. Così ho cercato in internet qualcosa di diverso e mi sono imbattuta in una ricetta che mi avrebbe teoricamente consentito di ottenere uno sformato di amaranto e verdure.

Ho seguito la ricetta passo per passo: ho cotto l’amaranto nella pentola a pressione per 20 minuti con un quantitativo di acqua triplo in volume rispetto a quello del cereale; ho preparato carote, zucchine e scalogno; ho aggiunto gli odori; ed ho messo tutto in una forma in silicone che ho successivamente infornato per 30 minuti a 180 gradi.

Ebbene, il risultato di un tale impegno è stato una sbobba gelatinosa… buona di sapore ma decisamente non uno sformato.

Mi sono arrovellata per una buona oretta chiedendomi dove avessi sbagliato… ma è bastata una telefonata alla mia mamma per chiarire l’arcano: nello sformato ci vuole l’uovo per addensare, o magari il formaggio.

Peccato che la foodblogger si sia dimenticata di dirlo… sarà stato un caso, o forse dipenderà dal fatto che è americana?

Pane cunzato, sole e viaggio…

Sono partita.. Qualche ora fa sono salita a bordo di un aereo che mi ha portato lontano… (non proprio lontanissimo!), e visto che la meta del mio viaggio non è certo famosa per la prelibatezza della propria cucina nazionale (anche se ospita famosi ristoranti), mi sono regalata uno spuntino tipicamente italiano e “terrone”.
Ho approfittato della giornata di sole e dei tavoli su una terrazza con una vista magnifica ed ho mangiato una porzione abbondante di pane cunzato. Il tutto accompagnato da un calice del mio vino bianco preferito: il Müller thurgau.

Ho trasgredito, ma senza pentimento alcuno. D’altra parte, come potevo resistere a quella fetta di pane tostato, con un filo di olio d’oliva.. Ed alla burrata che si scioglieva in bocca insieme ai pomodorini, alla ricotta salata, ai capperi ed alla Nduja?

Non potevo, infatti. E sfido chiunque a fare di meglio…

Un caro saluto a tutti dalla patria della kidney pie.

😉

A pranzo con il polpo

In questi giorni sto lavorando a casa. Mi sono ripetuta: fa un caldo micidiale, devo consegnare un lavoro assolutamente entro venerdì e non posso rispondere al telefono ogni 10 minuti.
Tra l’altro non so perché, ma nonostante avessi diligentemente barrato tutte le caselle relative al trattamento dei miei dati personali che, in teoria, dovrebbero evitare l’assedio di call center e simili, ogni giorno ricevo telefonate di chi: 1) vuole farmi cambiare operatore telefonico; 2) vendermi polizze assicurative sulla vita e sanitarie; 3) propormi abbonamenti a compagnie teatrali sconosciute; 4) vendermi libri.
Quando rispondo fingo di essere la donna di servizio, o di essere la segretaria, o una collaboratrice che nella scala del potere occupa con fermezza l’ultimo gradino.
A volte funziona, altre no.. ma non ho molta scelta, purtroppo.

A questi problemi “amministrativi” si aggiunge il dramma della sopportazione dell’afa. Sarà che non mangio moltissimo e questo non aiuta, sarà che ho la pressione davvero molto bassa.. ma d’estate ho la tipica vitalità del messicano con poncho e sombrero.
Quando parlo di pressione bassa, quasi da cadavere, non esagero affatto, e posso portare prove concrete delle mie affermazioni.
Durante una puntata di E.R., ad esempio, il dottor Greene ha cercato di rianimare una paziente priva di coscienza che, in quella particolare occasione, aveva gli stessi valori di pressione ortostatica che io ho quando mi sento particolarmente in forma.
Ovviamente questo caldo da “Death Valley” mi toglie ulteriormente l’appetito… ho dovuto quindi escogitare qualcosa di nuovo ed appetitoso, per invitarmi a mangiare.

Uno dei miei piatti estivi preferiti è il gazpacho. Lo adoro, ma a causa del nichel contenuto nei pomodori devo farne purtroppo a meno.. Quindi ho preso uno dei miei libri di cucina, ho trovato qualche ricetta papabile, l’ho parzialmente modificata ed ho provato a realizzarla.
E così, ieri ho affrontato per la prima volta uno dei miei incubi maggiori: il polpo.

Sono andata nella pescheria di fiducia e l’ho visto: era lì, steso sul suo letto di ghiaccio tritato e muoveva i suoi tentacoli quasi cercando il mare da cui era stato strappato via solo poche ore prima.
I polpi non mi sono mai piaciuti. Sarà che sono stata traumatizzata da piccola dal film “20’000 leghe sotto i mari“, ma mi fanno un po’ ribrezzo (qualcuno potrà obiettare che in quel film si vedeva un calamaro gigante e non un polpo… ma io li associo. E’ più forte di me).
Dopo averlo osservato per minuti interminabili, mi sono decisa. Sono uscita dalla pescheria lasciando il mio nuovo amico sul bancone, ancora vivo, e mi sono diretta in un supermercato dove ho comprato un fantastico polpo congelato e quindi immobile e definitivamente stecchito.

Scongelato il polipo, l’ho infilato in una pentola, nella quale ho messo tutti gli odori possibili ed immaginabili raccolti sul mio balcone: salvia, rosmarino, ed anche basilico, (anche se forse a posteriori devo ammettere che non ci stava benissimo), ho aggiunto scalogno a volontà ed un filo d’olio ed ho fatto cuocere a fuoco lentissimo per un periodo di tempo interminabile, rigirandolo di tanto in tanto.

A cottura ultimata, il paziente è stato affettato con il mio nuovissimo coltello di ceramica, condito con un filo d’olio, sale e pepe, e disposto elegantemente in un bellissimo piatto da portata.
La mia amica S., invitata per l’occasione, ha gradito, ed anzi ha mostrato un deciso apprezzamento facendo il bis, ma non è molto attendibile perché mi vuole molto bene.

L’unico errore, basilico a parte, è stato forse il contorno con riso pilaf.
But I will improve. I promise.

Midsummer night’s spaghetti

Ieri è stata una giornata decisamente agrodolce…

Dopo una sveglia mattutina all’alba (in realtà si trattava delle 09,30 ma ero andata a letto alle quattro passate, dopo una serata improvvisata ma divertente), mi sono dedicata alla casa… da vera casalinga rassegnata.
La tentazione era dietro l’angolo e si è manifestata con un caldo umido atroce e con l’immagine del mare che appariva calmo ed azzurro dalle mie finestre. Quindi, dimostrando ancora una volta di possedere una forza di volontà praticamente inesistente, ho messo il costume, inforcato la bici e sono andata in spiaggia.

Ovviamente, mentre i miei amici hanno assaltato il take away del ristorante cinese, io mi sono appostata sulla riva in attesa del mini cingolato del venditore ambulante di frutta, ed ottenuta la mia macedonia di albicocche, pesche, melone ed anguria ho subito preso posizione sul lettino.

Dopo varie ore di chiacchiere e pettegolezzi ed una doccia veloce, ho inforcato nuovamente il mio destriero a pedale e sono corsa al centro dove ho appuntamento per mangiare una pizzetta al volo prima del concerto gratuito che avevo in programma di vedere.

Purtroppo sono incappata in un evento infausto… nonostante fossi stata attenta, ed avessi fermato il vestito che indossavo con delle mollette da bucato per evitare imprevisti, un lembo del vestito si è infilato misteriosamente nel freno posteriore della bici. A questo punto, con la gonna completamente lacerata sul sedere, non potevo certamente andare al concerto e così ho dovuto ripiegare mestamente verso casa.

A dire tutta la verità più che mesta ero imbufalita… per il vestito, per il concerto…. insomma una mini tragedia greca, mancava solo il coro a contorno per sottolineare con arguzia gli eventi particolarmente sfigati della mia giornata.

Dopo un’oretta dal mio ritorno a casa ecco la sorpresa: i miei amici hanno abbandonato il concerto prima del tempo e sono arrivati tutti contenti a casa mia. Molti di loro erano praticamente a digiuno ed avevano cercato inutilmente un locale con cucina aperta per mangiare un boccone. Hanno sapientemente fatto leva sul mio innato senso del dovere e sui miei sensi di colpa et voilà, mi sono ritrovata in cucina a preparare una spaghettata d’emergenza.
D’altra parte dare da mangiare agli affamati è caldamente consigliato dal catechismo della Chiesa cattolica se si vuole ottenere la vita eterna e l’ingresso nel Regno di Dio. Io non aspiro a tanto, ma diciamo che al mio karma tengo in maniera particolare… e quindi mi adeguo.

Ovviamente il mio frigo, causa intolleranze alimentari è il deserto dei tartari: una solitaria confezione di latte di soia cerca invano di fare conversazione con 100 gr di bresaola o litiga con il trancio di salmone. La mia dispensa è solo leggermente più fornita del frigo. ci risiedono diversi chili di riso, normalmente vialone nano e basmati, pasta di orzo e di quinoa. I pacchi di pasta non di frumento erano purtroppo già aperti e non sufficienti a sfamare le truppe d’assalto che, intanto, si erano dedicate anima e corpo alla WII e mi hanno abbandonato da sola sul ponte di comando.

Con estrema fatica ho riesumato dalle profondità della dispensa un pacco di spaghetti di frumento ed un barattolo di polpa di pomodoro, probabilmente acquistati nel periodo pre dieta. Dopo essermi accertata che non fossero scaduti… (non vorrei mai ripetere la scena de “il tristo mietitore” dei Monty Python!), mi sono messa a fornelli.

Nonostante il successo della spaghettata (molti degli autoinvitati hanno chiesto il bis) mi sono trovata a riassettare la cucina alle 3 di notte.
Oneri e glorie dell’amicizia, certo.
Ma saranno passati a trovarmi per il piacere della mia compagnia o per fame??
Come disse un esperto in cross examination, non fare domande se la risposta potrebbe non piacerti.

Il mistero della pezzogna

Sono scomparsa per alcuni giorni. Mi piacerebbe poter addurre come motivazione qualcosa di esotico o intrigante, del genere “ero in Cina a redigere un contratto di fusione societaria”, “stavo scrivendo la sceneggiatura del mio ultimo film”, oppure “ho presenziato alla crociera inaugurale del mio mega yacht”.
Invece, sono stata banalmente ad Ischia per recuperare un grossissimo stress psicofisico, causato, in larga parte, dall’aver lavorato negli ultimi mesi per un numero di ore settimanali pari al doppio di quelle di un operaio cinese.
D’altra parte avevo bisogno di tenere la testa occupata, e cosa non si fa per dimenticare???

Purtroppo questi pochi giorni di viaggio mi hanno riconsegnato alla mia solita vita molto più stanca di quanto fossi partita.

Ho fatto delle lunghissime nuotate al largo, spostandomi da caletta a caletta giusto per vivere pericolosamente (ed in un caso la Guardia Costiera mi ha invitato con insistenza a tornare a riva perchè non avevo il pallone che usano i sub per segnalare la propria posizione…).
Tornavo quindi in hotel stanca morta e con una fame da squalo bianco a digiuno…
Vedevo attorno a me buffet pieni di deliziose insalate a base di pomodori, bruschette, fritti vari, mini panzerotti caldi, ed io da brava virtuosa mi sono cibata di carne, pesce alla griglia e risotto ai frutti di mare, salvo poi scoprire che le vongole…
beh, insomma, non avrei proprio potuto mangiarle… visto che rientrano nella lista dei “Cibi Proibiti“, per motivi che mi sono ignoti (ma d’altra parte non si può sapere proprio tutto).

Ho ceduto un ‘unica volta…. quando davanti ai miei occhi si è materializzata una fantastica cassata siciliana della quale ho mangiato ben tre porzioni al grido di: “non siamo nati per soffrire!”.

Però, guardandomi attorno, ho scoperto di non essere l’unica ad avere un rapporto molto particolare con il cibo. Alcuni dei miei compagni di viaggio erano ad Ischia con il solo scopo di mangiare tonnellate di mozzarelle di bufala. Si preparavano ad ogni pasto quasi fosse una battaglia campale, facendo bandiera delle proprie abbuffate, esibite quasi quanto delle medaglie al valore.

Per non parlare dei “buongustai vessati/e dalla propria dolce metà”.
Solitamente si tratta di persone appartenenti alla categoria descritta solo poche righe fa, oppure semplici amanti del buon cibo e del buon vino, il più delle volte accoppiati con semi anoressici isterici, fanatici del fitness, il cui scopo nella vita è quello di far dimagrire i loro partner sovrappeso, e giudicarne implacabili gli eccessi.

Ma è un’altra la categoria di persone che adoro e che ammiro per la loro determinazione e capacità di andare dritti per la loro strada non curandosi del giudizio degli altri.
Sono i “superesperti” in materia di vino e cibo, veri enologi, sommelier e chef mancati.
Quelli che sanno identificare l’aroma di miele in un bicchiere di Lugana e che decidono che si abbina benissimo con i formaggi…
Quelli che non mangiano le mozzarelle di bufala campana, perché sostengono che siano tossiche o almeno radioattive, visto che la zona di Caserta pullula di discariche abusive di rifiuti tossici, e quindi, se proprio devono, esigono che provengano da Battipaglia o da Venafro….
Quelli che fanno dello “slow food” e della qualità del cibo la loro ragione di vita….
Quelli che intavolano con camerieri discussioni all’ultimo sangue, sul fatto che il pesce sia o meno fresco o se sia o meno d’allevamento, perchè, a quanto pare, il pesce allevato è più grasso, e soprattutto non si sa cosa gli viene dato da mangiare….

I camerieri un po’ scherzano un po’ sono infastiditi, finchè il super esperto non infrange l’unico vero tabù, insinuando che il pesce principe della tavola ischitana, detto “pezzogna” sia d’allevamento e non di mare….

I camerieri protestano dichiarandosi offesi, mentre il “superesperto” cita a memoria le parole del pescatore incontrato il giorno prima sul molo: “sono anni che si allevano le pezzogne…”.

Che poi essendo la pezzogna un pesce di fondale, mi sa che non la potevo neppure mangiare per via del nichel.
Comunque alla fine mi è andata bene. Già mi immaginavo avvelenata dal fuoco amico dello chef che voleva vendicarsi del “superesperto”….

Buon appetito a tutti!

The making of the perfect Greek yogurt.

Io adoro lo yogurt greco. Mi piace al naturale, così denso da sembrare una crema.
Spesso lo mangio con frutta fresca tagliata a fettine… oppure con il muesli, ed a volte preparo persino la crema Budwig…

Purtroppo nelle diete per intolleranza da lievito lo yogurt è bandito. E’, ahimé, uno dei peggiori nemici dell’intollerante… ed io purtroppo, posso mangiarlo solo nei pochi pasti liberi di cui posso usufruire in settimana tra i quali c’è la colazione della domenica… 😉

Ovviamente questi pasti liberi per me sono un vero evento, su cui si concentra la mia creatività… e che programmo con un bel po’ di anticipo.
Sabato scorso invece mi sono ritrovata alle 19,30 con il frigo vuoto…. Certo, avrei potuto decidere di fare la colazione al bar, ma avevo in programma una giornata di stravizi culinari, e mi sono fatta degli scrupoli. E’ vero che seguo una dieta ascetica 5 giorni su sette, ma mi sembrava poco saggio esagerare con lo junk food fin dal primo mattino… Per questo ho optato per un’eccezione alla mia dieta che, al tempo stesso, avesse una parvenza di cibo sano…. e cosa c’è di meglio dello yogurt greco con il muesli?

L’unico problema era trovare lo yogurt… io amo il Total della Fage, che reputo nettamente superiore ai concorrenti, ma nessuno dei supermercati vicino casa lo aveva in assortimento.
Allora mi sono ricordata di un aneddoto che mi ha raccontato il mio ex fidanzato di Salonicco. Mi aveva spiegato che il segreto per ottenere la consistenza così densa dello yogurt greco era in realtà semplicissimo… veniva infatti versato in uno strofinaccio e lasciato in cantina a colare per tutta la notte.

E così ho fatto.

Ho acquistato un barattolo di mezzo chilo di yougurt biologico di latte italiano (un po’ di nazionaloismo ogni tanto ci vuole!) l’ho versato in uno strofinaccio pulito che ho posto in uno scolapasta, infilato, a sua volta in un contenitore di plastica, e l’ho lasciato in frigo tutta la notte.

La mattina della domenica, lo yogurt aveva perso circa metà del suo peso in liquido ed aveva assunto la giusta consistenza.
L’ho quindi raccolto con una paletta ed ho preparato la mia fantastica prima colazione!